giovedì 29 agosto 2019

Ambiente e Libertà - di Alberto Clò

DALLA RIVISTA ENERGIA

È ben noto come una buona notizia non faccia notizia. Diversamente dal catastrofismo che conosce in tema ambientale, specie di cambiamenti climatici, la sua sublimazione. Non essendovi in tal caso limite al peggio.

Ogni disastro quanto più incredibile tanto più viene paventato come possibile se non probabile, come la scomparsa “della Torre di Pisa” e della Statua della Libertà entro i prossimi duemila anni. Il biologo, fisiologo, ornitologo, geografo americano vincitore del premio Pulitzer Jared Diamond ha scritto: “O avremo realizzato un’economia sostenibile entro il 2050 o avremo cancellato tutto in modo irreversibile. E nel secondo caso precipiteremo in un’altra Età della Pietra o, peggio, lasceremo il posto a topi e insetti”. Essendo quella data praticamente dopo-domani non vi è gran speranza di farcela.

Ma il catastrofismo climatico premia? Che le cose non vadano bene, anzi vadano malissimo, non vi è alcun dubbio. E gli eventi atmosferici estremi lo stanno a dimostrare, a prescindere dal fatto che siano o meno ricollegabili al surriscaldamento del Pianeta. La politica fa poco o nulla, come si è visto al Summit dei G20 di Osaka che ha cancellato dal comunicato finale l’espressione “global warming”. Un gran numero di imprese si adopera, anche se in molti casi si tratta di operazioni di green washing. Penso che il catastrofismo mediatico – spesso interessato a muovere le cose in una certa direzione tecnologica ed economica – non premi affatto.

Ha semmai l’effetto di generare convincimenti contrari a quelli attesi. Un esito condiviso dall’antropologo indiano Amitav Ghosh che ha evidenziato come alla lunga sequenza di disastri ambientali degli ultimi anni ha fatto seguito un “declino nella classifica delle preoccupazioni della gente” verso tale tema, anche nei paesi come India e Pakistan che più ne sono afflitti, come conferma, da ultimo, l’attuale crisi idrica di Chennai.

Il neo-catastrofismo ambientalista – perché ogni epoca storica ha avuto il suo catastrofismo – non si limita poi a elencare quel che di drammatico potrebbe accadere ma si accanisce a descrivere uno stato del Pianeta peggiore di quel che effettivamente è, trascurando di menzionare qualsiasi indicatore che segnali anche il minimo miglioramento – si pensi alle guerre quasi vinte contro piogge acide e buco dell’ozono –così diffondendo uno scetticismo corrosivo che mina ogni fiducia sulla capacità di migliorare le cose: il peggior nemico della lotta ai cambiamenti climatici.

Le cose non stanno così, quasi che a evidenziare quel che di positivo si è ottenuto sia di disincentivo a migliorarle ulteriormente. Anche quest’anno si è celebrato il 22 aprile, la Giornata Mondiale della Terra, l’Earth Day, che si tiene ogni anno dal 1970. Ebbene, se si ripercorrono i catastrofismi paventati in questi 49 anni ci si rende conto che non uno si è verificato.

Nella prima edizione l’ecologista Kenneth Watt paventava per il 2000 la fine del petrolio. Nel 2019 se ne è prodotto il 90% in più del 1970. La povertà energetica resta indubbiamente una piaga da combattere ma le cose, anche qui, sono migliorate e di molto.

Le statistiche della Banca Mondiale e delle Nazioni Unite attestano che povertà energetica e fame nel mondo sono state drasticamente ridotte. L’Agenzia di Parigi ha dichiarato che per la prima volta il numero di persone prive di elettricità è sceso sotto il miliardo, rispetto a 1,2-1,3 di non molti anni fa, mentre l’Environment Protection Agency americana nel suo ultimo rapporto sugli indicatori della qualità dell’aria negli States dimostra come le emissioni dei sei maggiori inquinanti si sia ridotta del 73% tra 1970 e 2017.

Le ragioni che più spiegano questi miglioramenti sono la crescita delle economie e la libertà economica. L’Heritage Foundation e la Yale University dimostrano l’alta correlazione che corre tra libertà economica e performance ambientali. “Le previsioni catastrofiche ma improbabili – scrive Nicolas Laris dell’Heritage Foundation – continueranno ad accaparrarsi i titoli dei media, ma sono le società libere e la protezione dei diritti di proprietà i veri percorsi verso un mondo più sano e pulito”.

Visione con cui concordiamo pienamente e che si contrappone all’odierna tendenza – da Londra a Parigi – a voler rivoluzionare dall’alto economie e modi di vivere imponendo restrizioni dei gradi di libertà. Con il duplice rischio di risultare di scarso rilievo nella lotta ai cambiamenti climatici e suscitare al contempo l’astio delle popolazioni verso la risoluzione del problema.


mercoledì 28 agosto 2019

RuotaLibera Moto è la polizza specifica studiata per i veicoli a due ruote


Le esigenze di chi possiede una moto sono simili ma non del tutto uguali a quelle di chi ha un’auto. Sara lo sa, ed ha messo a punto un’assicurazione su misura per te.

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martedì 27 agosto 2019

Il primo taxi del mondo: ecco l'incredibile storia


Nel 1896, l'autotrasportatore di Stoccarda Friedrich Greiner commissiona alla Daimler-Motoren-Gesellschaft (DMG) di Cannstatt un'automobile molto speciale: una carrozza motorizzata Daimler e equipaggiata con un tassametro, in modo da utilizzare la versione Landaulet della Victoria come un taxi a motore. L'auto, fornita al Cliente nel maggio 1897, portava il numero d’ordine 1.329.

La compagnia di carrozze a cavalli e di autotrasporto di Greiner, presto ribattezzata Daimler Motorized Cab Company, divenne così la prima compagnia di taxi motorizzata al mondo. L’automobile era stata inventata solo dieci anni prima, e nessuno l’aveva mai utilizzata prima come taxi, anche se, proprio nel 1896, Daimler aveva suggerito una carrozza a motore con trasmissione a quattro rapporti e motore a due cilindri verticale (belt-driven car) appositamente per questo scopo. All'inizio dell'estate del 1897, il primo taxi motorizzato del mondo percorreva le strade di Stoccarda e a giugno di quell’anno veniva abilitato dalle autorità per le attività di taxi.

Per la prima volta, inoltre, un sistema di riscaldamento per i passeggeri sui sedili posteriori viene installato su un'autovettura. La caratteristica configurazione ‘Laundolet’ permetteva di scoprire la sezione finale dell’abitacolo e persino rimuovere l'intera sovrastruttura di tetto e porte, per viaggiare competamente a cielo aperto.

Greiner ha dovuto investire molto denaro: 5.530 marchi era il prezzo dell'auto con half-top e pneumatici. Oltre a questo, ha dovuto pagare la quota per il tassametro. Ma l'investimento nella nuova tecnologia è stato ripagato: guidando il suo taxi, Greiner ha percorso circa 70 chilometri al giorno - chiaramente più di quanto avrebbe potuto fare con una carrozza trainata da cavalli. La soddisfazione dei clienti è stata rafforzata dal fatto che un taxi a motore costituiva un'esperienza completamente nuova. Il taxi motorizzato era considerato intelligente e veloce e un viaggio a bordo di questa vettura prometteva un pizzico di avventura e un po’ di brivido. La richiesta dei passeggeri per il taxi a motore ha incoraggiato l'operatore del trasporto a investire in ulteriori veicoli. Entro il 1899, Greiner aveva preso in consegna un totale di sette taxi Daimler.

L’idea del taxi a motore impressionò non solo i clienti, ma anche i concorrenti. Un tale signor Dietz, un operatore di taxi trainati da cavalli di Stoccarda, ha ordinato due taxi motorizzati da Benz & Cie a Mannheim. La loro presentazione si è rivelata un evento spettacolare in quanto Dietz riuscì a convincere il capo della polizia di Stoccarda a registrare di persona le vetture. Prima di allora, le vetture avevano dimostrato la loro affidabilità trasportando, sei passeggeri dalla valle di Stoccarda, lungo la ripida strada Weinsteige, fino al sobborgo di Degerloch.


Da Stoccarda, il taxi motorizzato ha iniziato a diffondersi rapidamente in tutto il mondo e dopo il 1899, le flotte di taxi Daimler fecero la loro comparsa nelle grandi città europee. A Berlino, i passeggeri accolsero positivamente questo moderno mezzo di trasporto in Friedrichstraße e ad Amburgo i primi taxi motorizzati erano in fila lungo la Jungfernstieg. Le compagnie di taxi a motore sono state fondate a Parigi, Londra, Vienna e altre metropoli.

I media commentarono il nuovo mezzo con curiosità e attenzione. Mentre alcuni espressero grande entusiasmo per la nuova soluzione di mobilità, altri furono, invece, abbastanza critici, poiché i taxi motorizzati causavano incidenti e intimorivano i cavalli. In risposta, vennero offerte lezioni di guida ai tassisti, e molti ex cocchieri di carrozze trainate da cavalli tornarono a scuola per riqualificarsi come autisti del nuovo veicolo motorizzato.

Durante i primi anni del XX secolo, il numero di taxi motorizzati nelle grandi città aumentò rapidamente. Accanto ai taxi a benzina, ce n’erano numerosi con trazione elettrica o ibrida. Quest'ultimi includevano le vetture Mercedes Mixte prodotte nello stabilimento Daimler del sobborgo viennese di Neustadt, in Austria. Sia DMG che Benz & Cie hanno riconosciuto fin dall’inizio il grande potenziale dei tassisti come target di clienti. Le pietre miliari nello sviluppo dei taxi di Stoccarda furono, ad esempio, la Mercedes-Benz da 8/38 CV del 1927 e la Mercedes-Benz 260 D del 1936, la prima autovettura con motore diesel.

lunedì 26 agosto 2019

Nuovo boom dei furti di auto a noleggio (+36%): danni per oltre 10 mln di euro



“Rubati in un anno quasi 1.600 veicoli in noleggio a breve termine, più di 4 ogni giorno. Notevole il danno d’immagine per il Paese e quello economico per gli operatori del settore che supera i 10 mln di euro.  In alcune aree delle Regioni più a rischio (Campania, Puglia, Sicilia, Lazio e Lombardia) il fenomeno mette a serio rischio l’operatività del comparto.
L’allarme resta alto, nonostante le società di autonoleggio negli ultimi anni siano corse ai ripari proteggendo la propria flotta con dispositivi hi-tech per poter continuare a garantire servizi di mobilità ad aziende e turisti sull’intero territorio nazionale e negli ultimi 6 anni i recuperi dei veicoli sottratti siano passati dal 18% al 49%”.

Sono questi i principali dati e trend che emergono dall’analisi elaborata da ANIASA, l’Associazione che all’interno di Confindustria rappresenta il settore dei servizi di mobilità (noleggio veicoli a lungo termine, rent-a-car, car sharing, fleet management e servizi di infomobilità e assistenza nell’automotive) sul fenomeno furti che colpisce il settore del noleggio veicoli.

Dopo quattro anni di costante diminuzione, nel 2018 gli episodi criminali hanno ripreso a colpire pesantemente i bilanci e l’operatività delle società di autonoleggio.Il furto del veicolo ha, infatti, come immediata conseguenza, non solo la perdita economica pari al valore del bene sottratto, ma anche il mancato ricavo derivante dall’impossibilità di noleggiarlo almeno fino a quando il mezzo rubato non viene rimpiazzato in flotta, oltre alla generazione di costi e alla perdita di tempo dovuta alle necessarie pratiche amministrative e burocratiche necessarie.

Evidente anche il danno d’immagine per il Paese, con turisti che in vacanza vengono spesso derubati anche dei bagagli lasciati nell’auto e vedono la propria permanenza nel Belpaese rovinata da un fenomeno che solo in Italia raggiuge picchi così elevati. 

Nel 2018 gli operatori di noleggio hanno subito 1.594 furti di veicoli contro i 1.173 del 2017 (+36%). Ogni giorno più di 4 auto in noleggio a breve termine vengono rubate.

Il fenomeno si concentra principalmente in alcune aree: Campania, Puglia, Sicilia, Lazio e Lombardia sono “teatro” del 90% degli episodi.
All’interno di questi territori strategici per l’offerta turistica del nostro Paese, i grandi operatori multinazionali e nazionali del noleggio a breve termine stanno da tempo effettuando valutazioni sulla effettiva redditività della permanenza.

I furti nel 2018 hanno generato infatti un danno per gli operatori pari a 10,2 milioni di euro contro i 7,8 del 2017, per un incremento del 32% in soli 12 mesi.

Per le aziende si tratta di una vera piaga da contrastare anche attraverso il ricorso alla sempre più efficaci tecnologie presenti sul mercato. Così nella lotta contro questi crimini, la buona notizia che al contempo sa di magra consolazione arriva dalla decisa crescita del tasso di recupero dei veicoli rubati, passato dal 46% del 2017 al 49% del 2018 (la media automotive nazionale è del 43%), ma che solo 6 anni fa era fermo al 18%. Grazie agli investimenti sulle dotazioni telematiche a bordo dei veicoli (satellitari e radio-frequenza), oggi gran parte dei recuperi avviene nelle 48 ore successive al furto, trascorse le quali le possibilità di rientrare in possesso del bene si riducono “al lumicino”.

“In controtendenza rispetto al trend generale dei furti a livello nazionale, da anni in costante calo, il settore del noleggio veicoli rappresenta oggi il principale bacino cui attingono le organizzazioni criminali”, dichiara Giuseppe Benincasa – Segretario Generale di ANIASA, “che negli ultimi anni hanno visto crescere l’interesse per il redditizio business; un fenomeno che beneficia di un’evidente difficoltà di contrasto da parte delle Istituzioni centrali e locali e che riserva, purtroppo, al nostro Paese la maglia nera a livello europeo. Questa criticità si aggiunge alle difficoltà già vissute dagli operatori del rent-a-car a causa dei ricavi per giorno in ulteriore forte diminuzione e delle recenti previsioni di contrazione dei flussi turistici diretti verso il nostro Paese”.

giovedì 22 agosto 2019

Le mirage del ‘tout renouvelable’ - di Alberto Clò

DALLA RIVISTA ENERGIA

Secondo il dizionario Treccani il termine “miraggio” (dal francese mirage) può definirsi come l’“apparizione di oggetti inesistenti, per un’illusione ottica dovuta o a particolari condizioni atmosferiche o a stati di allucinazione, di malessere fisico, di turbamento psicologico”. Non dico che siamo arrivati a questo ma poco ci manca, se si confronta la narrazione dominante sul futuro tout renouvelable e l’effettivo scorrere delle cose.

Anzi, più questa (falsa) narrazione si consolida, più chi la sostiene ne amplifica gli effetti, così che il miraggio diventa contagioso. Al di là di ogni obiezione (tecnica, economica, energetica, ambientale) la possibilità che il mondo possa muoversi verso il tout renouvelable, tale cioè da assicurare il 100% della generazione elettrica, dipende da una condizione su tutte: gli investimenti.

È stato stimato, ad esempio, in 600 miliardi di euro il costo di rimpiazzo in Europa delle centrali elettriche alimentate a fonti fossili, per una potenza di 450 GWe. Considerando che la capacità istallata mondiale distribuita tra 62.500 centrali ammonta a 6.000 GWe – per lo più di origine termoelettrica – si ha idea della gran massa di investimenti necessari a raggiungere la meta del tout renouvelable.

L’esperienza dell’ultimo decennio insegna che la nuova potenza rinnovabile non va a sostituire quella fossile ma piuttosto a soddisfare parte della domanda incrementale o a cannibalizzare parte di quella nucleare.

L’incredibile è che chi sostiene il miraggio si rifiuta ostinatamente di prendere atto di questo stato di cose. Per molti di loro se i dati dicono il contrario di quel che sostengono… beh «peggio per loro!».

E gli ultimi dati dicono che, nella prima metà del 2019, gli investimenti in clean energy (prevalentemente rinnovabili) sono crollati del 14% rispetto alla prima metà del 2018 e del 30% rispetto a quella del 2017, tornando ai livelli del 2013.

In sostanza, è da un quinquennio che la dinamica degli investimenti, pur tra oscillazioni, è calante rispetto al precedente decennio. È pur vero che da allora i costi unitari di investimento si sono ridotti di molto, così che in termini di potenza, la riduzione è meno marcata.

Ma le illusioni peggiorano il miraggio: il tonfo degli investimenti assume infatti una connotazione ancor più grave se si considerano due fatti: 

– il primo è che la riduzione degli investimenti è in gran parte riconducibile al paese al centro del miraggio, la Cina, che ha registrato una caduta del 39%, dovuta – qui come in ogni altra parte del mondo – al venir meno dei sussidi in tariffa e al passaggio – anche in Cina – al meccanismo delle aste;

– il secondo riguarda i due giganteschi investimenti realizzati a Dubai e in Taiwan. A Dubai è stato ultimato il più grande complesso solare mai realizzato, termale e fotovoltaico, della potenza di 950MWe dal costo di 4,2 miliardi di dollari. Nel mare di Taiwan sono stati realizzati due impianti eolici della potenza di 640 e 900 MWe dal costo combinato di 5,7 miliardi di dollari. Ma due rondini non fanno primavera, così che, al netto di Dubai e Taiwan, il calo degli investimenti sarebbe stato ancor più robusto.

Il tonfo degli investimenti in clean energy, in gran parte riconducibile al calo registrato in Cina, è stato bilanciato da due enormi progetti: un parco fotovoltaico a Dubai e due impianti eolici offshore in Taiwan

Un calo generalizzato a tutte le aree del mondo: non solo in Cina ma anche in America (-6%) e nella green Europa (-4%) ove, a parte il balzo della Spagna, il segno meno ha accomunato tutti i maggiori paesi: dall’Olanda (-41%), alla Germania (-42%) alla Gran Bretagna (-35%) alla Francia (-75%).

La cosa più sorprendente, che rende appropriata la definizione di miraggio, è che nonostante questo deludente quadro, a Bruxelles e nelle capitali europee si è festeggiata nei mesi scorsi la decisione di innalzare al 32% la penetrazione delle rinnovabili al 2030. Quasi bastasse volerlo perché si realizzasse.

Affinché la prospettiva del tout renouvelable non si risolva in un miraggio, è necessario aver consapevolezza delle difficoltà che frenano gli investitori nonostante la supposta grid parity delle fonti rinnovabili rispetto a quelle tradizionali che, AIE dixit, nel 2018 hanno contribuito su scala mondiale per il 64% della generazione elettrica contro il 27% delle rinnovabili così articolate: 16% idroelettrica, 3% biomasse e rifiuti, 5% eolico, 2% solare, 1% altre rinnovabili. Questi i dati, il resto è solo un lontano miraggio.

mercoledì 21 agosto 2019

Assicurazione Sara Bici2Go, pensata apposta per i ciclisti



Se usi la bicicletta, anche elettrica, per i tuoi spostamenti in città oppure nel tempo libero, scegli la sicurezza di una copertura assicurativa completa e innovativa, che tutela la tua persona e il tuo mezzo senza confini

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Furto
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martedì 20 agosto 2019

Quando l'auto si adatta all'umore del pilota. E riduce lo stress

Jaguar Land Rover sta sperimentando un'applicazione dell'Intelligenza Artificiale che è in grado di interpretare lo stato d'animo del guidatore - e di migliorarne il benessere intervenendo sulla regolazione di tutte le funzioni dell’abitacolo interno.

Questa tecnologia usa una videocamera rivolta verso il guidatore, mentre sensori biometrici ne controllano e valutano l'umore, per tarare poi di conseguenza tutto il ventaglio di funzioni dell’abitacolo, inclusi riscaldamento, ventilazione, condizionamento, media e illuminazione ambientale. Le regolazioni della cabina variano reagendo alle espressioni facciali del pilota, per contribuire a ridurne lo stress. Una ricerca dimostra che il 74% di chi guida ammette di sentirsi quotidianamente stressato od oppresso*. 

Il sistema di rilevamento dell'umore fa uso delle più recenti tecniche di Intelligenza Artificiale per cogliere anche i minimi cambiamenti di espressione facciale del guidatore e regolare automaticamente tutti i sistemi di cabina. Col tempo, il sistema impara le preferenze del pilota e tara le regolazioni in modo sempre più personalizzato.

Queste personalizzazioni potranno cambiare il colore dell'illuminazione ambientale con uno più riposante se il sistema rileva uno stress, oppure scegliere la playlist preferita, o diminuire la temperatura in cabina, se vengono rilevati segni di stanchezza.

Jaguar Land Rover sta anche studiando una tecnologia simile per la seconda fila di sedili, con videocamere montate nei poggiatesta. In questo caso, al minimo segno di stanchezza, il sistema potrebbe abbassare l'illuminazione, scurire i finestrini ed alzare la temperatura per facilitare il sonno ai passeggeri della seconda fila.

Il Dott. Steve Iley, Chief Medical Officer di Jaguar Land Rover, dichiara: "Nel nostro percorso verso la futura guida autonoma il guidatore resta, più che mai, al centro dell'attenzione.  Con un approccio olistico verso il singolo conducente, e mettendo in pratica ciò che abbiamo imparato sul benessere della persona negli ultimi 10 o 15 anni di ricerche, possiamo assicurare che i nostri clienti al volante saranno comodi, impegnati e pronti per qualsiasi scenario di guida si presenterà, inclusi i viaggi autostradali più monotoni."

Il nuovo sistema di rilevamento dell'umore è parte di un ventaglio di tecnologie che Jaguar Land Rover studia nell'ambito della sua vision ‘tranquil sanctuary’, e del miglioramento dell'esperienza di guida. Perché ognuno dei suoi veicoli di lusso sia sempre un luogo di tranquillità, la Casa costruttrice sperimenta una vasta gamma di caratteristiche mirate al benessere del guidatore e dei passeggeri, perché godano del maggiore comfort possibile, nella piena sicurezza che chi è alla guida rimarrà sempre attento, vigile e con il controllo de mezzo.

Il software di rilevamento dello stato d'animo è parte delle tecnologie Jaguar Land Rover di prossima generazione, incentrate sul conducente. Il Driver Condition Monitor, che rileva la tendenza del guidatore ad assopirsi, e lo avverte per tempo della necessità di una sosta, è disponibile su tutti i veicoli Jaguar e Land Rover 


*https://www.mentalhealth.org.uk/publications/stress-are-we-coping



lunedì 19 agosto 2019

Dopo il boom dei primi mesi del 2019, lavori stradali nuovamente al rallenty… manca il bitume!



Nei primi 5 mesi del 2019 i lavori stradali hanno registrato una significativa  crescita, con la produzione di bitume (componente principale dell’asfalto e fondamentale indicatore dello stato di manutenzione delle nostre strade) che ha segnato un +18%; un dato senza precedenti negli ultimi 12 anni, contrassegnati invece da continui cali dell’impiego di questo materiale che ha prodotto, come naturale conseguenza, un graduale degrado del nostro patrimonio stradale. Purtroppo oggi all’apice della stagione, nel momento climaticamente più propizio per mettere in opera i lavori,  a frenare la ripresa è la mancanza di materia prima (il bitume) sul mercato.

La denuncia arriva dall’Associazione SITEB - Strade Italiane E Bitume, che rappresenta l’intera filiera delle strade e del bitume in Italia.

“Oggi le nostre imprese vivono un paradosso”, rileva il Presidente dell’Associazione Michele Turrini, “da una parte sussistono condizioni di mercato favorevoli che non vedevamo da tempo: finalmente dopo anni di blocco la domanda di lavori stradali è tornata a crescere, così come gli appalti banditi dalle pubbliche amministrazioni, lo “Sblocca Cantieri” (se chiarirà alcuni aspetti) potrebbe portare ulteriori benefici in tal senso, sembrano ormai alle spalle anche gli effetti negativi legati all’entrata in vigore del Codice Appalti; dall’altra parte, però questa crescita è frenata da una carenza di materia prima (il bitume) che rischia di essere del tutto insufficiente per il mercato nazionale dei lavori stradali. Le nostre imprese sono pronte a operare, ma senza bitume resteranno ferme al palo”.

Tale scarsità di materia prima ha inoltre prodotto un’impennata dei prezzi del bitume che da gennaio a oggi ha subito un incremento di oltre il 15%.

venerdì 16 agosto 2019

Se gli investimenti energetici non vanno nella direzione auspicata



DALLA RIVISTA ENERGIA

Dopo tre anni di declino, gli investimenti energetici globali si sono stabilizzati nell’intorno dei 1.800 miliardi di dollari. È quanto riporta l’Agenzia Internazionale dell’Energia nel suo World Energy Investment, fotografia dei principali trend degli investimenti globali nell’energia quest’anno giunto alla sua quarta edizione.

Nonostante il miglioramento in termini di ammontare degli investimenti, le conclusioni dell’Agenzia sono tuttavia poco rassicuranti: i trend non sono in linea né con la futura domanda di energia, né, soprattutto, con il percorso di decarbonizzazione e gli obiettivi di sostenibilità sottoscritti anche nell’Accordo di Parigi.

Pur in presenza di costi in diminuzione, specialmente in alcune regioni, l’attività d’investimento in progetti a basse emissioni di carbonio è ancora in stallo, in parte a causa di un’insufficiente capacità del mondo politico di affrontare i problemi in maniera decisiva e radicale. Si registra difatti un calo della spesa nella generazione elettrica (–1%) e nell’energia rinnovabile (–1%), mentre cresce quella in fonti fossili (+1%) e in particolare nel carbone (+2%). Invariati, invece, i capitali destinati a interventi di efficientamento energetico.

Guardando più nel dettaglio, si osserva che a guidare la crescita del comparto delle fonti fossili è stato soprattutto l’upstream Oil&Gasincoraggiato da prezzi del petrolio in crescita (+6% in termini nominali). Il 25% di questi investimenti è stato destinato allo sfruttamento di shale gas e tight oil, che nel giro di dieci anni hanno eroso sempre maggiore spazio alle risorse convenzionali le quali, pur continuando ad attirare la maggior parte degli investimenti, hanno visto la propria quota passare dall’83% al 67%. Tra le compagnie, ad investire maggiori capitali sono le compagnie nazionali (NOC, 42%), seguite dalle majors (16%) e dalle indipendenti USA (17%). Da un punto di vista regionale, gli Stati Uniti continuano a rimanere il motore della crescita.

Gli investimenti in carbone segnano invece un +2% sul 2017 (a 80 mld doll), dato quanto più rilevante ove si consideri che non si registrava una crescita dal 2012. Gli investimenti hanno interessato i principali paesi produttori: Cina, India e Australia. Tuttavia, v’è da notare come i capitali spesi siano stati destinati al mantenimento dei livelli produttivi correnti invece che all’apertura di nuove miniere. L’aumento dei prezzi e dei flussi commerciali di questa commodity sono alla base di tale crescita che tuttavia difficilmente verrà confermata negli anni a venire, dal momento che la campagna di disinvestimento da parte di Stati, istituzioni, fondi, e le politiche di decarbonizzazione spingono per un suo sempre minor nei mix energetici nazionali.

Pur rimanendo il principale destinatario degli investimenti energetici globali con 775 mld doll., il settore dell’elettricità conosce un calo dell’1% sul 2017 in ragione di una minore spesa nel comparto della generazione e delle reti, nonostante la crescita significativa del settore dello stoccaggio delle batterie. Si è investito di meno nella generazione a carbone e da rinnovabili, mentre in quella a gas si è registrato un rallentamento soprattutto in Medio Oriente, Nord Africa e Stati Uniti.

In calo anche la spesa in fonti rinnovabili, specie quelle termiche e per il trasporto. Unica nota positiva: maggiori fondi destinati ai nuovi impianti per la produzione di biofuels. Resta in linea con l’anno precedente, infine, la spesa in efficienza energetica per un totale di 240 mld di doll. Una stagnazione, ascrivibile principalmente al calo degli investimenti nel settore degli edifici (–2%) che ha annullato i guadagni invece raggiunti dal comparto dei trasporti e dell’industria.

Che somme tirare? Nello scenario Sviluppo Sostenibile dell’Agenzia, al 2030 gli investimenti low carbon dovrebbero coprire una quota del 65%, contro l’attuale 30%. Per raggiungere questo ambizioso target in poco tempo urge un cambiamento radicale nell’orientamento della politica, nuove soluzioni di finanziamento, avanzamenti tecnologici. Ma una tale rivoluzione può dirsi alle porte?

lunedì 12 agosto 2019

SarainCasa è la soluzione personalizzabile per una tutela completa della tua abitazione


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giovedì 8 agosto 2019

Eventi atmosferici e consumi energia: la maledetta spirale - di Alberto Clò


DALLA RIVISTA ENERGIA

Vi è un dato nella congiuntura 2018 che merita d’essere evidenziato: il legame che corre tra gli eventi atmosferici estremi che sempre più affliggono il mondo intero e i consumi di energia, che hanno conosciuto lo scorso anno uno strappo del +2,9%, come non accadeva da molti anni. Un tasso elevato se si considera:
(a) il rallentamento della crescita delle economie a cominciare da quella cinese;

(b) l’aumento di circa un terzo dei prezzi medi annui del petrolio (Brent Dated);

(c) la riduzione dell’intensità energetica pur rallentata sul passato.

Al netto di questi tre fattori, il +2,9% risulta davvero eclatante. A motivarlo, secondo Spencer Dale, chief economist della BP, hanno concorso anche gli eventi atmosferici estremi, come i drammatici incendi che da fine luglio hanno devastato la California o l’area intorno ad Atene con un gran numero di decessi e migliaia di abitazioni distrutte.

Nuovi massimi storici di temperatura sono stati raggiunti in Algeria con 51,3°, Giappone e Corea del Sud con 41,0°, nello Stato americano dell’Idaho con 48,3°, mentre in Portogallo si sono registrate punte di 46° e in Australia di 49°.Insomma, nel 2018 il mondo intero è stato stretto in una morsa di caldo.

Ma anche di freddo, con le temperature più rigide della storia. La causa è indicata nel fenomeno del polar vortex definito dalla National Oceanic and Atmospheric Administration come “un’ampia area di bassa pressione e aria fredda intorno ai poli del Nord e Sud del mondo”. In sostanza, l’inusuale numero di giorni troppo caldi e troppo freddi in molte parti del mondo ha sospinto verso l’alto la domanda di raffreddamento e riscaldamento con conseguente aumento dei servizi energetici. Non importa qui entrare nella diatriba se questi eventi siano o meno direttamente riconducibili ai cambiamenti climatici; importa che sono avvenuti. Essendo difficile pensare che essi non abbiano a ripetersi – in America nella prima metà dell’anno si sono già ripetute punte anomale di caldo e freddo – ne deriva che anche in futuro potrebbero causare una spinta al rialzo dei consumi di energia.

Alle cause già note che motivano il riscaldamento del Pianeta dovremmo in conclusione aggiungere quella degli eventi atmosferici estremi. Quale ne sia l’origine è fatto comunque incerto a dire della stessa IPCC che nel suo più recente Rapporto ha scritto:

Al di là del legame emissioni CO2→ eventi estremi, quel che più interessa è quello emissioni CO2→ surriscaldamento→ consumi energia, che pare confermato dai risultati di una ricerca pubblicata di recente su Nature Communications.

Dall’analisi incrociata di 210 scenari climatici e socioeconomici, emerge che il surriscaldamento potrebbe determinare un aumento della domanda di energia nel 2050, rispetto a quanto atteso, tra l’11% e il 27% se ‘moderate’ e tra il 25% e il 58% se ‘vigorous’.

Una maledetta spirale che rende ancor più difficoltosa ogni politica di mitigazione o di adattamento nella lotta ai cambiamenti climatici. Una prospettiva che non può tuttavia indurre sentimenti di fatalismo o pessimismo. Per più ragioni:

– la prima è che l’incertezza che attraversa la conoscenza e la ricerca scientifica in tema di cambiamenti climatici non consente di pervenire a scenari cui attribuire un qualche grado di certezza.

– la seconda è che i modelli probabilistici di cui essa si avvale non sono in grado di contenere sino a cinque milioni di parametri sulla superficie della Terra e sull’atmosfera né tantomeno di incorporare l’insieme delle interazioni che corrono tra Terra, mare, atmosfera, vegetazione.

– la terza è che l’imperfetta e mutevole comprensione del divenire dei sistemi climatici non consente di separare nettamente il momento della conoscenza da quello dell’azione, dovendo l’uno e l’altro procedere parallelamente con politiche che siano in grado di adattarsi al mutare delle conoscenze.

Procedere dietro la pressione delle opinioni pubbliche o di interessi organizzati può portare a risultati controproducenti. Da ultimo, per lenire lo sconforto, vale rammentare il fatto che più il tempo scorre più le previsioni sulle dinamiche emissive vengono corrette al ribasso.

Valga su tutti il caso del Modello Primes (e dei modelli correlati) che Bruxelles ha da lungo tempo preso a riferimento per delineare gli scenari inerziali energetici ed emissivi su cui le politiche dovrebbero incidere. Nel 2008 questo modello prevedeva emissioni totali di gas serra in Europa all’orizzonte del 2030 di 5,4 miliardi tonnellate CO2 eq. ridotte nel 2016 di circa un terzo a 3,7 miliardi di tonnellate.

n risultato non certo ascrivibile all’efficacia delle politiche climatiche. Migliorare i modelli potrebbe risultare, in conclusione, non meno importante e sicuramente meno costoso che perseguire tali politiche.

mercoledì 7 agosto 2019

Sara Assicurazioni, che primato

Sara è sul podio delle "Top 10" Assicurazioni italiane più amate su Facebook. Un traguardo raggiunto insieme, grazie alla vostra fiducia! 


martedì 6 agosto 2019

La manutenzione dell’auto diventa digitale

Una comunicazione diretta, immediata e trasparente, sempre più vicina al cliente: così Bosch risponde alle esigenze di ciascun utente in modo personalizzato e digitale. In questa direzione si inserisce la nuova campagna di comunicazione delle reti di officine Bosch Car Service che, partita lo scorso primo luglio, avrà la durata di dodici mesi.

Protagonista è Piero, emblema dei meccanici Bosch, impegnato a spronare, anche in modo irriverente, e ad aiutare i clienti a prendersi cura della propria auto attraverso una manutenzione programmata e gestita online. La campagna, attiva su canali diversi, prevede anche un’azione diretta sul territorio. A partire da settembre, infatti, saranno coinvolte ben 40 città italiane in cui saranno presentati i benefici del nuovo servizio di preventivazione e prenotazione online di Bosch Car Service.

Grazie al preventivatore online di Bosch Car Service, dedicato agli interventi di manutenzione presso le officine aderenti, l’utente può ottenere un preventivo in tempo reale in pochi passaggi inserendo semplicemente targa e chilometraggio dell’auto. Tutti i preventivi sono elaborati esclusivamente sulla base delle operazioni e dei tempari indicati dal costruttore. Ogni officina Bosch Car Service imposta liberamente i propri parametri, agevolando così l’elaborazione dei preventivi. L’automobilista dovrà solo scegliere l’officina più congeniale e fissare comodamente un appuntamento a portata di clic.

Fino a dicembre 2019, alla prenotazione degli interventi di manutenzione è associato il concorso istant win MySuperCar, con in palio 1.000 buoni regalo Amazon del valore di 30 euro cadauno. Il giorno successivo alla data dell’appuntamento, infatti, l’utente riceverà un’email dalla piattaforma MyBoschCarService con l’invito a caricare una copia della fattura per partecipare all’estrazione in tempo reale.

Infine, Bosch Car Service è anche l’unica rete indipendente che offre un cambio di batteria, usufruendo del terzo anno di garanzia. L’iniziativa è riservata agli utenti privati ed è valida presso le officine aderenti solo per batterie Bosch modelli S4, S5, S4E, S5A. Per ottenere gratuitamente il terzo anno di garanzia, valida sul solo prodotto, l’utente dovrà registrare la batteria sulla piattaforma online di Bosch Car Service entro 30 giorni dall’acquisto e attendere di ricevere via mail una copia dell’attivazione della registrazione.
 

lunedì 5 agosto 2019

Il veicolo a guida autonoma supera una nuova tappa grazie alla collaborazione tra Groupe PSA e VINCI Autoroutes


Lo scorso luglio VINCI Autoroutes e Groupe PSA hanno approfondito le sperimentazioni della guida autonoma per valutare le capacità del veicolo di guidare autonomamente a velocità di crociera e di superare in modo autonomo la barriera del pedaggio. Due nuove situazioni di guida complesse in totale autonomia sono state testate in condizioni di traffico reali sulla rete VINCI Autoroutes:
•Il passaggio in modo autonomo in una zona di traffico temporaneamente modificata a causa dei lavori stradali;
•la messa in sicurezza del veicolo (« safe stop »), che consiste nel dirigere il veicolo in una zona sicura, se il conducente non riprende il controllo del veicolo in una situazione particolare (presenza eccezionale di un ostacolo sulla carreggiata, condizioni meteo sensibilmente peggiorate, …) oppure in caso di fine dell’autostrada.

Queste dimostrazioni sono state effettuate sull’autostrada tra Dourdan e Ablis (A10 / A11) con un prototipo Peugeot 3008 di Groupe PSA, che fa parte della flotta di veicoli a guida autonoma del programma AVA « Autonomous Vehicle for All ».

Carla GOHIN, Chief Technology Officer di Groupe PSA, ha dichiarato: « Questa sperimentazione segna una nuova tappa nell’adozione del veicolo a guida autonoma. A due anni dalla prima sperimentazione, l’obiettivo è integrare ancora più vincoli nei casi di utilizzo aumentando la comunicazione tra il veicolo a guida autonoma e l’infrastruttura per ampliare il campo di azione del sistema garantendo la sicurezza.  Questi test dimostrano il carattere innovativo e concreto della collaborazione tra Groupe PSA e VINCI Autoroutes, indispensabile allo sviluppo dei veicoli a guida autonoma. »

« L’infrastruttura autostradale intelligente è un elemento essenziale per lo sviluppo del veicolo a guida autonoma. Permette di arricchire i dati contestuali trasmessi al sistema di guida per ottimizzare la capacità del veicolo di prendere delle decisioni e la sua traiettoria» ha sottolineato Pierre COPPEY, presidente di VINCI Autoroutes e vicedirettore generale di VINCI. « La nostra collaborazione con Groupe PSA da questo punto di vista è promettente. Oggi, la rete autostradale è un terreno di sperimentazione su scala reale delle nuove soluzioni di mobilità che domani rivoluzioneranno gli utilizzi della strada. »

giovedì 1 agosto 2019

Rivista Energia, un po' di storia

L’idea di una rivista dedicata a temi dell’energia nasce all’inizio del 1980 dalle conversazioni tra l’allora Presidente dell’ACI, Filippo Carpi de Resmini, Romano Prodi e Alberto Clô. Sono i giorni della Seconda Crisi Petrolifera, che vede i prezzi del petrolio schizzare di tre-quattro volte sconvolgendo l’economia dei paesi occidentali e in particolare le tasche degli automobilisti che l’ente è tenuto a tutelare. Dalle loro conversazioni emerge come la crisi sia sostanzialmente conseguenza del panico diffusosi sui mercati, del tutto ingiustificato stando ai fondamentali reali del mercato petrolifero, ma decisivo nel determinare l’impennata dei prezzi. L’incredibile discrepanza tra fatti e percezione convince l’ACI dell’utilità di uno strumento che, attraverso analisi, statistiche e il confronto di opinioni, consenta di fare luce sulle questioni energetiche che si riverberano sulla società e sull’economia del nostro paese.

Qualche mese dopo, nel settembre 1980, esce il primo numero di Energia che ospita, tra gli altri, le posizioni dei paesi esportatori di petrolio, attraverso la penna dell’allora Segretario Generale dell’Opec, e quelle dei paesi consumatori dell’Occidente, per mano del Segretario Generale dell’AIE. Da allora, Energia ha affrontato e talora anticipato le grandi trasformazioni che hanno interessato la sfera energetico-ambientale, offrendone interpretazioni e analisi interdisciplinari grazie al contributo di oltre 1.000 autori di caratura nazionale e internazionale di cui circa 700 stranieri.

Impegno che prosegue tutt’oggi inalterato in un mondo dell’energia ormai molto cambiato, nel quale lo Stato si è via via limitato a un ruolo di arbitro, cedendo quello di giocatore a imprese private chiamate a soddisfare la fornitura di beni pubblici; nel quale la società civile ricerca con insistenza maggior voce in capitolo, soprattutto a livello locale, dov’è forte il timore di un’imposizione di costi a fronte di benefici nulli; nel quale la moltiplicazione dei canali di diffusione dell’informazione con l’avvento di Internet e dei social network, anziché stimolare il dibattito e il confronto, tende a radicalizzare le idee su posizioni estreme tra loro sorde e inconciliabili.