A proposito della crisi iraniana - di Alberto Clô*


A proposito della crescente tensione tra Stati Uniti e Iran, l’8 gennaio 2020 Trump ha dichiarato che “The US’s economy is booming and is now energy independent” suggerendo o ammonendo che “it’s time for US allies to shoulder more of the Middle East burden”, sostenendo infine che “Of course, Middle East instability can affect the global energy market, raising prices in the US no matter whether that oil and gas comes from North Dakota shale deposits or a Persian Gulf oil well”.

A parte l’errore nel dire che i prezzi interni del gas sono correlati a quelli internazionali, come accade per il petrolio, essendo invece condizionati soprattutto dalla crescente produzione interna, con livelli tre-quattro volte inferiori a quelli internazionali, tre sono i punti da evidenziare dalle parole di Trump.

Primo: la politica estera e l’economia degli Stati Uniti sono oggi massimamente condizionate dall’ormai conseguita indipendenza energetica specie di petrolio con una dipendenza da forniture estere ridottasi di tre volte in un decennio all’attuale 20% (di cui solo l’8% dai paesi Opec). Maggiore l’indipendenza energetica e maggiore l’abbondanza d’offerta internazionale di petrolio (come accade attualmente), maggiore la crescita economica degli Stati Uniti (all’opposto di quel che accade in Europa, penalizzata da prezzi dell’energia sempre più elevati) e maggiori sono i gradi di libertà di cui può avvalersi l’azione americana a livello internazionale. Esattamente quel che è accaduto col raid del 3 gennaio, che non ha minimamente impattato sui prezzi del petrolio addirittura calati sotto i livelli del 2 gennaio, grazie appunto all’abbondanza della sua offerta. Similmente a quel che accadde alla metà degli anni Ottanta con l’attacco aereo americano alla Libia nel Golfo della Sirte. Lo storico Arthur Schlesinger, stretto collaboratore di John Kennedy, scrisse che quell’attacco non si sarebbe avuto se l’offerta di petrolio non fosse stata in quel momento così abbondante. L’ormai acquisita autosufficienza petrolifera americana ha quasi azzerato ogni interesse americano nelle vicende petrolifere internazionali, lo si è visto con la guerra libica del 2011 o con le sanzioni all’Iran e al Venezuela, conferendo a Washington un potere di intervento mai conosciuto in passato.

Il secondo punto sollevato da Trump riguarda il ruolo del tutto evanescente dell’Europa ‘alleata’ rispetto agli eventi mediorientali e libici, quasi non necessitasse massimamente di quel petrolio, essendone semmai il primo importatore al mondo (più della Cina). Con tono tutto sommato fair, Trump invita l’Europa a farsi carico del fardello mediorientale non potendo più far conto sull’ombrello protettivo americano, come fu ampiamente in passato (si pensi alla prima guerra in Iraq del 1990 dopo l’annessione del Kuwait da parte di Saddam Hussein). O aggiungiamo noi, illudendosi che il lontanissimo miraggio della carbon-neutrality la esenti da ogni turbolenza.

Il terzo punto da evidenziare, nel confronto tra la crisi d’oggi e quelle attraversate in passato, è il venir meno di ogni pur tenue cooperazione internazionale tra i paesi consumatori. All’indomani della prima crisi petrolifera del 1973 si addivenne, grazie all’azione del Segretario di Stato americano Henry Kissinger (1969-1977) coi Presidenti Richard Nixon e Gerald Ford, all’istituzione nel 1975 dell’International Energy Agency di Parigi come strumento di cooperazione e solidarietà in caso di gravi crisi internazionali. In altri tempi, una crisi come quella attuale sarebbe stata oggetto di consultazioni tra le maggiori potenze come avvenne nel novembre 1975 al primo Summit G-6 a Rambouillet sotto la Presidenza di Valery Giscard d’Estaing. La finalità di quel Summit, come di quelli che seguiranno, era quella di adottare convergenti politiche “al fine di ridurre la dipendenza dalle importazioni di energia attraverso la conservazione energetica e lo sviluppo di fonti alternative […] così come attraverso una cooperazione tra paesi produttori e paesi consumatori che risponda agli interessi di entrambi nel lungo periodo” (Comunicato finale – traduzione nostra). Niente di tutto questo è avvenuto di fronte alle ripetute crisi che hanno travagliato Medio Oriente e Nord Africa da un decennio in qua: dalla Guerra Libica del 2011 che portò alla defenestrazione e uccisione di Mu’ammar Gheddafi all’attacco nel settembre scorso alle infrastrutture dell’Arabia Saudita, all’attuale crisi irachena e iraniana.

La colpevole inerzia dei governi e la frammentazione delle relazioni energetiche internazionali, tutte centrate oggi sulla questione climatica, ha creato una situazione di estrema pur se non avvertita vulnerabilità dell’obiettivo un tempo dominante nelle politiche dei governi: quello della sicurezza energetica. Obiettivo che oggi può dirsi conseguito solo dagli Stati Uniti.

Se i paesi avanzati riuniti nel G7 non recupereranno una qualche forma di cooperazione agendo in modo coordinato su taluni qualificanti obiettivi – quale appunto quello della sicurezza energetica – predisponendo in anticipo le risposte al non escludibile precipitare delle cose dopo l’attacco all’Arabia Saudita e il conflitto Stati Uniti-Iran, gli effetti sarebbero dirompenti per l’intero sistema economico mondiale. Che nessun leader internazionale ne avverta la necessità e se ne faccia latore presso le altre cancellerie dà conto dell’irresponsabilità di chi ci governa, specie a livello europeo.

* Alberto Clô è direttore della rivista Energia