Il nocciolo della questione dello European Green Deal - di Alberto Clò*


Lo European Green Deal (EGD) proposto dalla nuova Commissione a Parlamento e Consiglio europeo nella Comunicazione dell’11 dicembre 2019 (11 giorni dopo il suo insediamento) e l’Investment Plan (IP) a suo supporto presentato il 14 gennaio hanno ricevuto un’accoglienza quasi entusiastica da una larga parte dei governi europei, Italia in testa.

A leggere la stampa, il più può dirsi fatto per consentire all’Europa, primo Continente del mondo, di raggiungere una piena carbon neutrality nel 2050: un progetto rivoluzionario, paragonato da Ursula von der Lyen niente meno che all’atterraggio dell’uomo sulla Luna.

Un entusiasmo che sembra tuttavia far aggio sulla cruda realtà delle cose, sottovalutando la complessità delle politiche che dovranno adottarsi. Se non ben ponderate – evitando che la fretta generi gattini ciechi – vi è il fondato rischio che ne derivino grandi sprechi di risorse come avvenuto col Protocollo di Kyoto, di cui il premio Nobel Willliam Nordhaus celebrò un famoso Requiem per gli immani costi che comportò e gli esiti quasi nulli sulle emissioni globali.

Che l’EGD abbia maggior successo è tutto da vedere per due sostanziali ragioni: da un lato, la bassa percentuale delle emissioni europee su quelle globali, oggi sotto il 10% e previste decrescere alla metà; dall’altro, e ancor più rilevante, il fatto che le emissioni siano calcolate sulla produzione interna e non su quelle incorporate nei beni importati che consumiamo. Se ne tenessimo conto, il livello di emissioni sarebbe enormemente più alto.

Si è detto che la proposta di EGD costituisce un’assoluta novità, la cifra politica della nuova Commissione. Le cose non stanno affatto così. Essa non differisce infatti granché da quanto propose nell’ottobre 2018 la passata Commissione presieduta da Jean-Claude Junker nella Comunicazione A Clean Planet for All, una proposta bellamente respinta dal Consiglio europeo di Bruxelles nel giugno 2019.

Che le cose in sei mesi siano cambiate è tutto da dimostrare. Fissare ambiziosi obiettivi di lunghissimo termine quali quelli contenuti nel EGD di per sé non significa nulla. Consente di fare bella figura, e non costa nulla. Quel che importa è come conseguirli, con quali strumenti, in quale quadro di priorità socio-economiche.

L’opera da realizzare è ciclopica, dovendosi avviare una rivoluzionaria riconversione del sistema (a) produttivo, nei settori a più elevata intensità energetico-carbonica e con grande occupazione (il solo settore dell’acciaio conta 2,5 milioni di addetti diretti e indiretti), e (b) energetico, riducendo l’impiego di fonti fossili che oggi soddisfano il 75% dei fabbisogni.

Un’opera dai tempi lunghissimi, dall’incerto esito non potendo sostituirle solo con le nuove rinnovabili, dall’immane impegno di investimenti che richiederà (da sottrarsi ad altre finalità, quali?), di gran lunga superiori ai 1.000 miliardi indicati nell’IP della Commissione.

Nell’EGD si legge infatti che “The Commission has estimated that achieving the current 2030 climate and energy targets will require €260 billion of additional annual investment, about 1.5% of 2018 GDP”. In altri termini: conseguire l’attuale obiettivo al 2030 (-40% di emissioni di gas serra sul valore del 1990) richiederà nel decennio appena iniziato 2.600 mld. euro di investimenti addizionali rispetto a quelli (ignoti) già avviati.

Questa cifra dovrà accrescersi (di quanto?) vista l’intenzione della nuova Commissione di innalzarlo dal 40% ad almeno “il 50% e verso il 55% in modo responsabile” (di ignoto significato).

Agli investimenti da realizzare entro il 2030 dovranno poi aggiungersi quelli da lì al 2050. Soldi che dovrebbero provenire in misura marginale dai fondi comunitari (7,5 mld. euro) che dovrebbero alimentare il Just Transition Fund di 100 miliardi per sostenere le aree maggiormente danneggiate dall’EGD (se ne contano una cinquantina). Principalmente – ma non solo – Polonia e altri Stati dell’Est Europa, essendovi inclusa anche la Germania. Una parte ancor più consistente dovrà essere fornita dagli Stati poco propensi ad accrescere gli esborsi per il piano pluriennale dell’Unione nel periodo 2021-2027 (decurtato del contributo del Regno Unito) e impegnare nuove risorse.

La Commissione si dice peraltro disponibile a introdurre una ‘flessibilità contabile’, attraverso una Green Golden Rule che esenta gli Stati dalle regole comunitarie, e a rivedere la materia degli aiuti di Stato se riferiti ad energia ed ambiente, con la disponibilità della Banca Europea degli Investimenti di fornire finanziamenti a Stati e privati.

Su questi ultimi dovrebbe gravare in larga parte l’impegno di investimenti che verrà realizzato se – è lapalissiano dirlo – in grado di garantire una buona redditività. Il che non può darsi per scontato, come dimostrato dall’insufficiente dinamica degli investimenti in rinnovabili nel nostro Paese, rispetto alla crescita due-tre volte superiore necessaria a conseguire gli obiettivi fissati nel PNIEC.

Ammesso (e non concesso) che i soldi vi siano e siano investiti, dirimenti saranno due questioni: da un lato, il negoziato che si avvierà tra gli Stati membri, specie tra i contributori netti (Germania, Olanda, Austria, Svezia, Danimarca) e quelli destinatari netti (Centro Europa, Grecia, Italia), in cui è facile prevedere il ruolo dominante della Germania; dall’altro lato, le misure che dovranno essere adottate per implementare l’EGD.

La misura più ampiamente condivisa prevede un aumento consistente delle carbon tax o carbon price che si rifletterà sui prezzi finali dell’energia generando, secondo un recente Rapporto di Prometeia, “costi economici per il declino nella complessiva attività economica e lo spostamento verso tecnologie e impianti più puliti ma più costosi. In aggiunta ai costi diretti per le famiglie che pagherebbero di più per i loro consumi energetici, vi sarebbero significativi impatti sui settori carbon-intensive e sui produttori di fonti fossili. Costi non facili da calcolare che genererebbero effetti aggregati e distributivi dal momento che gli effetti di un aumento dei prezzi non sarebbero uniformi tra individui, attività economiche o paesi”.

La prova del nove dell’EGD sarà in conclusione la determinatezza dei governi a dar seguito a queste o similari misure in un quadro di bassa crescita economica, affrontandone le conseguenze sociali, politiche, elettorali. Evitando fughe come quella del Presidente Macron di fronte ai gilet gialli. Questo è il vero ‘nocciolo della questione’ che, ragionandoci sopra, raffredda di molto gli entusiasmi sul prossimo venturo European Green Deal.

* Alberto Clô è direttore della rivista Energia