Covid-19 e la previdenza: maggiormente penalizzate saranno le pensioni pubbliche

di Riccardo Sabbatini
Con la caduta dei listini azionari che ha fatto seguito alla diffusione di covid-19 molti risparmiatori si sono, giustamente, preoccupati per il destino del proprio fondo pensione. Se la performance degli investimenti è negativa - si sono detti sconsolati - anche il montante dei risparmi previdenziali non potrà che risentirne. Tuttavia non è da lì che verranno, probabilmente, le maggiori perdite per i futuri pensionati. Le più penalizzate saranno infatti le rendite di base, quelle erogate dall’Inps. Ciò che forse sorprende poichè, integrati nel sistema pubblico, quei risparmi si considerano al riparo dai rischi. Purtroppo non è così. Vediamo perchè.

Come si si diceva la previdenza complementare ha subito il “colpo di frusta “ della pandemia. Nei primi tre mesi del 2020 - indicano i dati della Covip, l’authority delle forme integrative - i fondi pensioni negoziali (quelli istituiti da sindacati e imprenditori nei luoghi di lavoro) hanno lasciato sul terreno, in media, il 5,2% del loro valore. I fondi aperti - le forme di previdenza complementare vendute in banca - il 7,5 % mentre i Piani individuali di previdenza (pip) collocati dagli assicuratori hanno avuto un andamento altalenante. Le unit linked, collegate a casse d’investimento, hanno subito una caduta rovinosa (-12,1%) mentre le gestioni separate, in cui l’assicuratore garantisce il capitale, hanno mantenuto intatto il loro valore (+0,4%). Ciò che più sorprende in questi dati è che anche le linee “garantite “ di fondi negoziali e fondi aperti sono indietreggiate, rispettivamente del 1,5 e del 2,5 per cento. Forse non dovrebbero essere chiamate così. Alla luce dei fatti è una definizione, come si dice nel gergo dei gestori, misleading.

Ma vediamo quello che è accaduto nella previdenza pubblica. Tutte le stime indicano che quest’anno il Pil italiano diminuirà tra il 9,2 e il 13,1 per cento (stime di Banca d’Italia) e questo si rifletterà anche sui risparmi accumulati nelle pensioni di base che annualmente vengono indicizzati alla media quinquennale del prodotto lordo. L’evento negativo si materializzò già nel 2014 come conseguenza della crisi dei debiti sovrani che investi pesantemente l’Italia mandando in rosso il Pil nazionale. Ebbene in quell’occasione il Parlamento (art. 5 della L.165/2015) modificò i criteri di rivalutazione dei montanti stabilendo che ogni anno il tasso di rivalutazione non poteva essere inferiore a 1 “salvo recupero da effettuare sulle rivalutazioni successive”.

In pratica il valore dei montanti rimase lo stesso ma a prezzo di mancate rivalutazioni negli anni successivi. Accadrà lo stesso anche ora, con la differenza che una diminuzione del Pil molto più consistente di quella precedente porterà con se il blocco dei montati pensionistici per chissà quanto tempo. Perchè la previdenza complementare, in questo contesto, performa meglio di quella pubblica? Dopotutto sono entrambe esposte ai trend dell’economia. Già però le pensioni pubbliche sono interamente dipendenti da un paese che cresce poco, quando cresce. Mentre, per la previdenza complementare, i gestori possono scegliere di investire i risparmi dei futuri pensionati nelle aree del mondo dove gli incrementi de Pil sono più consistenti. L’unico antidoto, per l’Italia, è dunque quello di tornare a crescere, quanto più possibile, quanto più rapidamente possibile. Il resto non conta nulla.